COSA SI INTENDE PER GIOCHI PSICOLOGICI?

 

Da quando il bambino nasce è esposto ad un ambiente relazionale ed emotivo che crea una traccia dentro l’individuo.

Situazioni specifiche, eventi o dinamiche vissute e ripetute nel tempo possono generare quello che Berne, padre dell’analisi transazionale, definisce copione di vita, ovvero “un piano di vita che si basa su una decisione presa durante l’infanzia” che con la sua ripetizione ed esistenza conferma il nostro esserci.

Quello che in sostanza l’adulto cercherà da grande sarà la ripetizione del proprio copione in modo da ricevere conferme, sicurezza e conforto. Se le cose si ripetono sempre nello stesso modo anche quando sono dolorose e spiacevoli, paradossalmente ci si sente confortati.

Tutto avviene senza consapevolezza su un piano assolutamente inconscio.

E se inconscio è il copione di vita, altrettanto lo è lo strumento per metterlo in atto.

Quest’ultimo è chiamato da Berne gioco psicologico, un’interazione tra persone che utilizzano fra loro messaggi poco chiari e che, dopo una serie di scambi ben definiti e prevedibili, finiscono per provare confusione ed emozioni negative.

Immaginate gli esseri umani come registi che ogni giorno cercano attori per mettere in scena la propria trama teatrale esistenziale.

Per l’analisi transazionale i giochi psicologici sono organizzati come qualunque gioco di squadra, secondo regole predeterminate:

·       sono ripetitivi, anche se cambia l’interlocutore, lo schema del gioco rimane lo stesso;

·       sono giocati senza la consapevolezza dell’Adulto;

·       producono sempre un’emozione di sorpresa e confusione;

·       si concludono con i giocatori che provano un’emozione spiacevole.

 

Perché giochiamo?

Noi esseri umani, specie se deprivati di contatto fisico, di amore e di attenzione da piccoli, abbiamo un tale bisogno di “carezze” che talvolta preferiamo ricevere “carezze negative” piuttosto che nessuna “carezza”. Per questo motivo, se non siamo in grado di utilizzare strategie più costruttive, siamo disposti a mettere in atto (inconsapevolmente) interazioni negative – i così detti “giochi psicologici” – per nutrire il nostro bisogno di “carezze”.

Come dire, una “carezza” negativa è meglio di niente!

 

Quali sono i diversi tipi di “giochi”?

Nel libro a che gioco giochiamo, Berne descrive le caratteristiche generali dei "giochi" fornendone un'ampia antologia.

 

1.    Giochi della vita

Sono quelli che hanno un’influenza decisiva sul destino di chi li gioca nel senso che hanno maggiore probabilità di accompagnare un individuo per tutta la vita:

L’alcolizzato

Il debitore

Prendetemi a calci

Ti ho beccato figlio di puttana

Guarda che mi hai fatto fare

 

2.    Giochi coniugali

Sono quei giochi che più di altri possono fornire un’impalcatura alla vita coniugale e familiare:

Spalle al muro

Il tribunale

La frigida

L’occupatissima

Tutta colpa tua

Non è la volontà che mi manca

Non è così, tesoro?

 

3.    Giochi di società

Sono quelli che le persone fanno nelle più svariate occasioni di incontro, lavoro, tempo libero, amicizie ecc.:

Perché non… sì, ma

Non è terribile

Il goffo pasticcione

Il difetto

 

4. Giochi sessuali

Vedetevela tra voi

La perversione

Violenza carnale

Burrasca

 

5. Giochi della malavita

Guardie e ladri

Come si può uscire di qui

Peliamo quel pollo

 

6. Giochi dello studio medico

Sono quelli che si presentano con frequenza durante una psicoterapia:

La serra

Sto solo cercando di aiutarti

Indigenza

La contadina

Psichiatria

Lo stupido

Gamba di legno

 

Vediamo alcuni dei più frequenti:

Ø“Perché non… Sì, ma” (gioco di società)

Questo è stato il primo “gioco” descritto da Berne e tra i più diffusi, è un “gioco” in cui c’è una persona che si manifesta nel ruolo di Vittima ed una o più nel ruolo di Salvatore.

La Vittima presenta un problema e il Salvatore propone diverse soluzioni, tutte respinte con differenti motivazioni dalla Vittima, che risponde ogni volta con un “Si, ma”. Questa modalità può andare avanti anche per moltissimo tempo prima che il “gioco” subisca una svolta.

In genere i Salvatori finiscono presto o tardi per cambiare ruolo e per finire in quello di Vittima (“Scusa, volevo solo aiutarti!”) o nel Persecutore (“Ora mi hai stufato, non capisci niente, che ci provo a fare!”), in ogni caso sperimentano impotenza, delusione e confusione.

In questi casi la Vittima non gioca per ottenere davvero una soluzione al proprio problema, quanto piuttosto per dimostrare agli altri e soprattutto a se stessa che il proprio problema è irrisolvibile, mantenersi nel ruolo di Vittima e rafforzare il proprio copione, riconfermandosi l’idea ad esempio che nessuno la può aiutare.

 

Se vi rendete conto di essere invitati ad una partita di “Perché non … Sì, ma” nel ruolo di Salvatore e non volete parteciparvi, la modalità più efficace consiste nell’empatizzare e stimolare l’altra persona a ragionare in autonomia, con la propria testa (sollecitando l’Adulto): “Mi dispiace è un problema veramente difficile. Tu che cosa pensi di fare?”.

 

Ø“Prendetemi a calci” (giochi della vita)

In questo “gioco” c’è una persona che si comporta in modo indisponente, arrogante o irritante. Ad esempio, arriva spesso in ritardo, non risponde al telefono o si dimentica di richiamare, non rispetta impegni presi o promesse fatte.

La persona, in realtà, prova piacere dell’irritazione che provoca nell’altro perché le dà un senso di potere e di controllo. Il soggetto si trova nel ruolo di Persecutore.

Quando presto o tardi qualcuno reagisce con rabbia attaccandola verbalmente, la persona può risentirsi e cambiare immediatamente ruolo, sentirsi una Vittima: “Perché queste cose capitano sempre a me, nessuno mi capisce?”

 

E’ necessario rendersi conto se qualcuno vi sta offrendo il “gancio” per giocare a questo “gioco”, e provare a non coglierlo, non offrendo a vostra volta un “anello”. E’ importante, non cadere nella rete, cercando di non innervosirvi e cercando di non attaccare il giocatore. Piuttosto, è necessario affrontare apertamente il problema, indicare al giocatore quelle che per voi rappresentano delle provocazioni e affermare con chiarezza se e in che misura volete continuare a fare delle cose con lui mettendo dei chiari paletti.

 

Ø“Gamba di legno” (giochi dello studio medico)

In questo “gioco” c’è sempre una persona che soffre a causa di un determinato disagio: una infanzia difficile, una problematica fisica, una patologia psichiatrica, una dipendenza da sostanze.

La persona utilizza il proprio disagio reale, esagerato o immaginario per Vittimizzarsi, sfruttando il fatto di avere un “limite” per giustificare la propria mancanza di motivazione nell’affrontare problemi: “Vorrei avere una relazione di coppia, ma provengo da una famiglia di genitori separati”, “Che pretendete da uno che ha disturbi emotivi?”, “Per forza devo bere, sono Irlandese!”.

E ancora un altro esempio: “Che cosa pretendete da uno che ha una gamba di legno?”, vive rassegnato alla sua sorte, messo in questi termini, tutto ciò che si può pretendere da un tizio con una gamba di legno è che si limiti a manovrare una sedia a rotelle.

La Vittima allora incontra un Salvatore che vorrebbe tanto essere d’aiuto ma, non cogliendo l’auto-svalutazione che la Vittima fa di sé, finisce per cadere nel tranello e per credere alla tesi della Vittima: “Sì, hai proprio ragione, la tua gamba di legno è un ostacolo insormontabile!”. A questo punto il Salvatore stesso comincia a sentirsi impotente, un “salvatore fallito” e scivola anch’egli nel ruolo di Vittima.

 

Anche in questo caso la Vittima non gioca per cercare di risolvere davvero un proprio problema ma, piuttosto, per cercare giustificazioni alla percepita difficoltà di agire.

Ovviamente, se la persona soffre di un disagio che pone dei limiti reali al proprio agire, avrà bisogno di accettare che alcune difficoltà della sua vita non possono essere cambiate. Ma se la persona usa i propri disagi per impedirsi di tentare di migliorare la propria condizione, i suoi disagi allora diventano una scusa per non affrontare le proprie paure.

 

E’ necessario in questi casi interrogarsi sulla propria o altrui “gamba di legno” utilizzata per bloccarsi.

Invitare se stessi o l’altro, se ci offre il gancio per giocare, a cambiare la domanda da: “Che cosa pretendete da uno che ha una gamba di legno?” a “Che cosa pretendo da me stesso?”. Occorre prendersi e dare del tempo per essere onesti nel rispondersi.

 

 

E voi a che gioco giocate?

La vera libertà inizia quando si impara a riconoscerli, scegliendo modi adeguati ed efficaci per gestirli. A quel punto è possibile decidere quale spettacolo mettere in scena. Tutto inizia con la consapevolezza. Se ci si accorge in anticipo del “gioco” è possibile semplicemente non prenderne parte. Se invece ci si sta già muovendo tra i ruoli del triangolo drammatico, accorgersi del “gioco” permette di uscirne fuori e dare inizio ad una comunicazione chiara e costruttiva.

 

Come gestire i giochi?

Quando ci troviamo di fronte ad un gioco messo in atto da un altro abbiamo tre possibilità:

ignorare il gioco rispondendo all'altro da una posizione diversa (stato dell'Io Adulto);

bloccare il gioco subito incrociando la transazione (quindi ancora una volta spostare la conversazione su un piano di Io Adulto);

confrontare la svalutazione che è il punto di partenza del gioco, incoraggiando l'altro (sempre da una posizione di Io Adulto) a sperimentare le emozioni collegate a ciò che sta svalutando stimolandolo a individuare in modo diretto i propri bisogni e desideri.

Per facilitare il processo consapevolezza, è utile riflettere sul ruolo che abitualmente tendiamo ad assumere. A questo scopo occorre riflettere sui propri abituali comportamenti, rispondendo a domande del tipo: nella la maggior parte delle occasioni relazionali mi sento più Vittima, Persecutore o Salvatore?!” Come mi vedono gli altri? Mi cercano per ricevere aiuto? Si sentono costantemente criticati da me? Mi danno aiuto e consigli non richiesti?

In genere è difficile lasciare andare i ruoli e smettere di giocare. Questo perché ruoli e “giochi”, oltre a rappresentare una fonte stabile di “carezze” (negative, ma è meglio che niente ...), tendono a definire la nostra identità. Le persone fanno fatica a farne a meno perché temono di rinunciare ad una parte importante, nota e familiare di se stesse.